DIZIONARIO LATINO OLIVETTI

Antiche monete romane

I primi ad introdurre l’uso della moneta nella penisola italica furono i greci quando vi si stabilirono a partire dal VIII secolo a.C.: per facilitare le relazioni commerciali con gli abitanti del luogo importarono gli stessi sistemi monetari in uso in madrepatria trasformandoli in modo che potessero essere più velocemente compresi. Tra gli abitanti della penisola italica l’unità di misura alla base del baratto era infatti il pecus, ovvero pecora anche perché la ricchezza al tempo veniva calcolata sui capi di bestiame posseduti (da questa parola derivano anche svariati altri termini economici, fra cui capitale o peculato). Tale termine si conservò nel tempo mutandosi poi nella parola pecunia per indicare il denaro il modo più generico e grossolano.

Si iniziò quindi ad usare il medesimo valore di peso dato dagli indigeni e l’unità venne basata sulla litra (nome da cui, nel linguaggio comune, deriva poi l’uso del più moderno termine lira). Secondo quanto importato dai greci, i primi soldi erano fabbricati in argento e pesavano 0,84 grammi. Questa monetina rappresenta la prima vera unità monetaria in argento, chiamata appunto λίτρα ἀγυρία (litra agirìa) per distinguerla da altre in rame o bronzo. La stessa parola, litra, venne così a designare due diverse monete: una usata in Grecia, l’altra in Italia, ma di peso leggermente differente.

Fin dal periodo iniziale della storia di Roma (753 a.C.), durante il periodo monarchico ed in parte di quello repubblicano (509 a.C.) come mezzo di scambio in ambito commerciale era usato principalmente il metallo sotto forma di blocchi di bronzo fusi, il cosiddetto aes rude (aes, aeris significa bronzo e da questo termine derivano parole come per esempio erario).

L’aes rude venne dapprima paragonato alla libra latina, in uso presso i greci (273 grammi) e poi a quella romana di 327 grammi. Gli aeris erano di forma irregolare, avevano dimensioni diverse ed erano allo stato grezzo, derivati dalla sola fusione senza alcuna lavorazione ed è probabile si trattasse di semplici scarti. Il loro valore era determinato dal peso, che era piuttosto variabile. Inizialmente avevano solo funzione di tesaurizzazione e contabilità del patrimonio e non venivano usati negli scambi, poiché il loro peso variava enormemente dal mezzo chilo ai 3 chili.

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Prima di ogni scambio, perciò, diventava necessario pesare il quantitativo di bronzo da poter essere usato come pagamento. Su spinta delle necessità dei mercanti il governo centrale allora iniziò a regolamentare questi pesi in metallo che divennero di forma più regolare ma segnati con una sigla al fine di riconoscere chi li avesse prodotti, controllati ed autorizzati. Non erano ancora paragonabili alle monete, anche se il fine era il medesimo, perché non avevano uniformità di peso in tutti i territori e presso tutti i popoli del Mediterraneo.

A causa di questa grande varietà di peso dei lingotti, si iniziò a far uso di tagli a seconda delle necessità. Fu C. Servio Tullio — VII secolo a.C. – che fece marcare e iniziò a regolamentare l’uso dei pesi creando l’aes signatum, una barra di bronzo composto per il 20% circa di ferro e che recava un’impronta simile ad un ramo secco stilizzato. Infine l’aes (asse) venne equiparato soltanto più a quella che era la libra romana ed il suo valore rimase costante tanto da poter essere considerata un’unità di misura e pertanto una moneta: il suo costo nominale, infatti, iniziò ad essere impresso sulle monete, che continuarono ad essere delle forme più diverse e svariate, anche se sempre del medesimo valore. Suoi multipli divennero il dupondio (2 assi), il tripondio (3 assi) e il decusse (10 assi). Come frazione si usava il semisse (mezzo asse), il triente (un terzo), il quadrante (un quarto), il sesante e l’oncia (che era pari ad un dodicesimo di asse). Quando poi si passò alla vera e propria monetazione fatta al martello, l’asse divenne una valuta fiduciaria, ovvero il cui valore era fissato e non più legato al peso o al metallo. L’asse così conobbe una progressiva diminuzione e l’uso del bronzo terminò del tutto nel 79 a.C.

Nel 284 Diocleziano introdusse il solido, una moneta d’oro che venne poi ripresa da Costantino nel 309 e che continuò ad essere usata in tutto l’Impero Romano fino al X secolo d.C. e che sostituì l’aureo. Erano sempre tipi di peso, ma più larghi e sottili degli aurei. I vocaboli soldo e anche soldato (cioè pagato con un soldo) derivano appunto da solidus.

Il problema principale di questa forma di pagamento consisteva però nella necessità di pesare con valori diversi a seconda delle modalità in uso nei più svariati territori: spesso nei trattati di alleanza venivano siglati accordi in cui si sanciva un valore di pesi da utilizzare che fosse uguale per tutti. Per questo motivo, nel 289 a.C. venne creata la figura del triumviro monetale, ovvero il magistrato che era incaricato di coniare le monete. La zecca (che viene dall’arabo sikka, ovvero conio) venne creata vicino al tempio di Giunone Moneta ed è proprio da qui che ne deriva l’uso nel linguaggio comune. Il primo soldo creato dalla zecca di Roma venne chiamato quadrigato per la presenza su una delle facce di Giove alla guida di una quadriga guidata dalla dea Vittoria.

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Tra il 264 e il 202 a.C., ovvero nel periodo che corre tra le due guerre puniche, venne coniata la moneta che divenne la base degli scambi per i romani: si chiamava denario ed era fatta d’argento. Il termine deni significa per dieci poiché valeva dieci assi di bronzo, ovvero poco più di 4 grammi. Le prime avevano da una parte la testa di Roma con l’elmo alato e dall’altro i Dioscuri a cavallo con la scritta Roma. In seguito le immagini utilizzate per illustrarla divennero spesso quelle degli antenati dei magistrati che erano incaricati di sovrintendere alla fabbricazione del denaro, così che col tempo anche le monete poterono divenire strumento di propaganda politica.

Il denario, identificato col simbolo X, aveva poi dei sottomultipli come il quinario (valore 5 assi, simbolo V) ed il sesterzio che era pari a due assi e mezzo e identificato dalla sigla HS. Il sesterzio, prima coniato in argento e successivamente in bronzo, divenne la moneta più diffusa nel mondo romano, in quanto il suo valore era così basso da non aver bisogno di sottomultipli, ma tuttavia abbastanza elevato per essere usato nelle valutazioni dei cambi del tempo. A questi sottomultipli si aggiunsero altre monete in bronzo più semplici e di valore modesto che erano poi quelle che più circolavano tra le mani del popolo.

Con l’espandersi dei territori conquistati dai romani iniziarono ad essere necessarie nuove valute data la notevole quantità di argento che ormai affluiva nel cuore dell’impero. Nacque il Vittoriato, che era pari a tre quarti del denario, mentre le monete fabbricate in bronzo lentamente sparivano dall’uso quotidiano: gli stipendi dei soldati iniziarono ad essere pagati in monete d’argento.

Il denario si affermò comunque in quasi tutto il Mediterraneo fino a divenire quasi l’unica moneta in circolazione: acquisti e vendite si effettuavano con i denari, e il denario resterà alla base della economia di scambio romana fino alla metà del III sec. d.C. quando, con l’epoca imperiale, viene sostituito dall’antoniniano. Nel 15 a.C. Augusto avvia infatti la prima riforma valutaria dell’Impero Romano e la fabbricazione delle monete di oro e d’argento passa sotto il diretto controllo dell’Imperatore: queste ultime erano evidenziate dalla sigla P M ovvero Procurator Monetae. Ai senatori viene invece lasciato il controllo sulle monete in bronzo di uso corrente e di minore importanza che venivano contrassegnate invece dalla sigla S C, ovvero Senatus Consulto. Verso la fine della Repubblica ci fu un’evoluzione con l’introduzione del serrato (da serrare, segare) che presentava i bordi seghettati al fine di impedire l’asportazione di parte del metallo dai bordi, ma anche come dimostrazione del fatto che fosse stata coniata interamente in argento.

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La prima emissione di monete nobili avvenne intorno al 220 a.C., con il cosiddetto oro del giuramento, nome che veniva dalla scena rappresentata su uno dei lati. Bisogna però arrivare al tempo della guerra di Silla contro Mitridate (88-85 a.C.) per arrivare al primo aureo (denarius aureus), che pesava poco più di 10 grammi ed era costituito dall’oro proveniente dai territori conquistati. Durante il governo di Pompeo (61 a.C.) questo peso venne diminuito e si deve attenderne un’emissione continua solo dopo la conquista della Gallia da parte di Cesare: questo valore si mantenne stabile fino al principato di Augusto (27 a.C.).

Dopo la riforma di Augusto del 23 a.C. il cambiamento riguardò per prima l’emissione di una moneta in bronzo, il dupondius (che significava, appunto, due libbre) e valeva due assi anche se il peso era in realtà inferiore. I dupondi vennero coniati in oricalco, una lega di bronzo color oro, mentre le monete di valore inferiore venivano prodotte in rame. Dopo Nerone, nel 66 d.C., al dupondius originale venne aggiunta una corona sulla testa dell’imperatore nell’immagine per distinguerlo dall’asse che aveva un aspetto similare. Da allora in poi l’uso di mettere una corona a indicare il raddoppiamento del valore di una moneta divenne consuetudine e fu usato anche per l’antoniniano che era il doppio del denario. Il dupondio fu prodotto fino alla fine del III secolo

Sotto Nerone vennero semplicemente diminuiti i pesi degli aurei e dei denari d’argento e la riforma venne poi annullata da Domiziano che riportò i valori delle monete a quelli impiantati da Augusto. Traiano, anche, decise che il peso dovesse tornare a quello stabilito da Nerone finché nel 215 d.C. con l’imperatore Caracalla l’aureo venne svalutato per contrastare il valore del denario, che in precedenza era stato ridotto di circa il 50% del suo peso in argento. Nonostante variassero i pesi dei metalli utilizzati nel conio, il valore delle monete rimase invariato e iniziò a diventare meno importante di quello del peso negli scambi, avviandosi a divenire nella pratica un valore convenzionale o legale attribuito in genere dalla legge. Questo passaggio segna il primo esempio di svalutazione della moneta che poi si ripeté svariate volte nel corso della Storia.

Tra il 272 e il 275 Aureliano arriva a cambiare non solo nuovamente il peso di riferimento delle monete, ma anche a l’organizzazione delle zecche che le fabbricavano nelle diverse provincie dell’Impero e che furono da quel momento obbligate a firmarle per indicarne l’esatta provenienza territoriale.

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Nel 295 Diocleziano si trova a dover nuovamente cambiare il sistema monetario. Avvia così la creazione di una nuova serie di zecche imperiali che erano distribuite nelle diverse provincie: le capitali imperiali furono infatti quadruplicate a partire dal 293 portando così a moltiplicarsi anche il numero delle zecche, che vennero in seguito poste anche a vantaggio delle armate lungo i confini al fine di costituire una riserva nelle retrovie. Le monete – a causa della presenza di ben due imperatori affiancati — iniziarono a portarne su un lato solo l’immagine idealizzata e il rovescio che celebrava la potenza militare di Roma.

Nel 300 invece, per calmierare i prezzi delle merci di più largo consumo, venne emanato un editto che fissava i prezzi massimi esprimendoli in denari, anche se si trattava di una moneta ormai non più in circolazione, e l’aureo venne svalutato. Fu inoltre introdotta una nuova moneta in argento detta denarius argenteus e l’antoniniano venne sostituito da una moneta chiamata follis, coniata in bronzo e del peso di 10 grammi. Essa era divisa in due nuove frazioni, la corona radiata e la corona di lauro.

Nel 310 l’Imperatore Costantino dà il via a quella che fu l’ultima riforma nel sistema monetario dei romani: venne introdotto il solido(4,54 grammi) come moneta d’oro al posto dell’aureo, mentre quella d’argento divenne la siliqua, pari a 2,27 grammi. Due volte la siliqua era il miliarensis, che aveva lo stesso peso del solido. Vennero introdotte altre monete in bronzo, come il nummus centonionalis che sostituì il follis ormai fortemente svalutato.

EpocaMetalloMonetadenarioasseoncia
264 a.C.ArgentoDenario110 
264 a.C.ArgentoSesterzio1/42,5 
240 a.C.ArgentoAsse 112
240 a.C.BronzoSestante 1/62
240 a.C.BronzoOncia 1/121
240 a.C.BronzoSemioncia 1/241/2
218 a.C.ArgentoSemisse 1/26
101 a.C.ArgentoQuinario1/2  
90 a.C.ArgentoQuadrante 1/43
88 a.C.OroAureo25  
23 a.C.BronzoDupondio   
15 a.C.OroAntoniniano   
300 d.C.OroDenarius argenteus   
300 d.C.BronzoFollis   
310 d.C.OroSolido   
310 d.C.ArgentoSiliqua