DIZIONARIO LATINO OLIVETTI

La misura del tempo nell'antica Roma

Il significato dell’ora (ovvero la dodicesima parte del giorno naturale) così come viene considerata ai nostri tempi, non venne in genere usata dagli antichi fino alla metà circa del II secolo d.C. Le ore equinoziali (quelle di 60 minuti), anche se conosciute dagli astronomi, non vennero impiegate nell’organizzazione della vita quotidiana fino alla fine del IV sec. dell’era cristiana.

Fino ad allora, quindi, non esisteva alcuna divisione determinata delle ore e ognuna di esse era comunque di lunghezza diversa a seconda che fosse notturna o diurna e in quali giorni dell’anno fosse stata misurata. Per gli antichi romani, durante l’inverno, la prima ora poteva iniziare dalle ore 7,30 fino alle 8,15, mentre durante l’estate, la stessa durava dalle 4,30 alle 5,40 di oggi.

I romani comunque dividevano giorno e notte in 12 ore più 12: alla fine del IV sec. a.C. la giornata era divisa semplicemente in due parti, prima di mezzogiorno e dopo mezzogiorno. Vi erano quindi due periodi maggiori, il dies — o tempo diurno (tempus diurnum) — che andava dall’alba al tramonto, e la nox — o tempo notturno (tempus nocturnum) — che si estendeva dal tramonto all’alba. Questi due periodi erano a loro volta divisi in quattro parti di tre ore circa ciascuno, equivalenti a vere e proprie fasce orarie.

Si aveva così un horarium diurnum e un horarium nocturnum e infine l’intero giorno risultava così ripartito in otto fasce orarie. Questo sistema, strettamente solare e basato solo sui movimenti del sole comportava che la durata dell’ora non fosse costante, ma dipendesse dall’estensione della fascia diurna o notturna dei diversi giorni dell’anno. Soltanto agli equinozi le varie suddivisioni risultavano della medesima lunghezza.

In un testo di Plinio il Vecchio si racconta come le principali ore del giorno venissero annunciate dall’araldo del console che, sostando sui gradini della Cura Hostilia da cui poteva vedere il passaggio del sole tra gli edifici detti “Rostra” e “Graecostatis” posti nel Foro, per ciò che riguardava il mezzogiorno e tra la “Columna Maenia” e il “Carcer” per il tramonto, annunciava ad alta voce il trascorrere del tempo.

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Durata delle ore a seconda della stagione dell’anno


Ora RomanaSolstizio d’estateSolstizio d’inverno
Hora I27' 0"33' 0"
Hora II42' 30"17' 30"
Hora III58' 0"2' 0
Hora IV13' 30"46' 30"
Hora V29' 0"31' 0"
Hora VI44' 30"15' 30"
Hora VII - meridiesMezzogiorno: 0' 0"Mezzogiorno: 0' 0"
Hora VIII15' 30"44' 30"
Hora IX31' 0"29' 0"
Hora X46' 30"13' 30"
Hora XI2' 0"58' 0"
Hora XII17' 30"42' 30"
Terminus diae33' 0"27' 0"

Suddivisione della giornata

Gli unici riferimenti fissi, dunque, erano l’alba, il mezzogiorno e il tramonto. In più le ore non avevano i minuti, quindi i tempi erano più approssimativi e sicuramente più lenti. Erano diverse le durate delle ore anche in caso di latitudine differente dei luoghi, questo perché per misurare il trascorrere delle ore del giorno venivano usate in genere meridiane solari.

Ai tempi della guerra di Pirro (280-275 a.C.) si cominciò a dividere ciascuna delle due parti del giorno in altrettante sezioni: la mattina e l'antimeriggio (mane e ante meridium), il pomeriggio e la sera (de meridie e suprema). Le quattro fasce diurne erano nominate primo mane (primo mattino), multo mane (mattino avanzato), meridianum tempus (tempo meridiano) e postmeridianum tempus.

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Il primo mane iniziava con l’ora prima (hora I), e corrispondeva all’alba, il multo mane circa tre ore dopo e terminava all’hora VI (da cui probabilmente deriva l’uso della parola siesta) e col mezzogiorno che i Romani chiamavano meridies. L’inizio del pomeriggio era l’hora septima (hora VII) cui seguiva il tempo postmeridiano, che veniva chiamato anche prima vespera perché era a quel momento che il sole cominciava a calare di modo che l’ultima ora di questa fascia, coincidendo con il tramonto del sole, veniva ad essere la prima ora della sera.

Il tempo notturno era a sua volta diviso in altre 4 fasce orarie, chiamate: vesper (sera), prima nox, l’inizio della notte, la multa nox (notte inoltrata), la suprema nox l’ultima parte. A ciascuna di queste corrispondeva un turno di guardia detto nel linguaggio militare vigilia, o veglia, per cui la notte risultava divisa in quattro turni di guardia detti prima, seconda terza e quarta vigilia. Ognuna delle quattro sezioni di veglie veniva misurata osservando il sorgere e il tramontare di alcune costellazioni ben precise, cosa che durava all’incirca due ore. Con il nascere dell’astrologia si annotò anche come certe costellazioni fossero più lente a sorgere e più veloci a tramontare e altre il contrario.

La prima veglia iniziava all’hora XII del giorno e finiva alla III ora della sera, quando appariva in cielo la stella della sera, Venere, e che era chiamata Hesperus (Espero); essa segnava anche lo spuntare del sole al sopraggiungere dell’alba, allorché cambiava nome e diventava Luciferus, ovvero portatore di luce. La terza parte della notte, che era distinta dalle altre per i diversi modi di chiamarla (multa nox o provecta nox, ovvero notte avanzata, adulta, non più giovane, ma anche intempesta nox: notte profonda, durante il quale non si misurava il tempo), segnava il tempo del conticinum, ovvero il tempo del silenzio profondo. L’ultima parte della notte era il tempo del gallicinium, cioè del canto del gallo.

Quello della notte era un orario fissato, in quanto il suo inizio e la sua fine erano dettati dal sorgere o dal tramontare del sole, dopo di che le veglie venivano misurate con le stelle e in seguito a cadenze regolari grazie all’uso delle clessidre. Di giorno invece le ore potevano variare secondo le stagioni e il posizionamento del sole. Nell’opera di Manlio (I sec. a.C.) e di Marziano Capella (V sec. d.C.) troviamo le indicazioni delle ore necessarie al sorgere ed al tramontare di ogni costellazione:

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Equivalenza ore moderne con le ore romane


Sistema modernoRoma antica
00.00-03.00Tertia vigilia noctis
03.00-06.00Quarta vigilia noctis
06.00-07.00Hora prima diei
07.00-08.00Hora secunda diei
08.00-09.00Hora tertia diei
09.00-10.00Hora quarta diei
10.00-11.00Hora quinta diei
11.00-12.00Hora sexta diei
12.00-13.00Hora septima diei
13.00-14.00Hora octava diei
14.00-15.00Hora nona diei
15.00-16.00Hora decima diei
16.00-17.00Hora undecima diei
17.00-18.00Hora duodecima diei
18.00-21.00Prima vigilia noctis
21.00-24.00Secunda vigilia noctis

Strumenti di misurazione del tempo

Già nel V sec. a.C. erano stati gli ateniesi a creare un orologio solare consistente in una calotta di pietra, detta πόλος al centro della quale era fissata una barra, o gnomone γνώμων che non appena il sole sorgeva all'orizzonte ne tracciava l'ombra nella pietra concava. In base a calcoli geometrici si ottenevano così le horae, segnate dalla posizione dell'ombra del sole nel suo cammino nel corso dell'anno. Nasceva così l'ὡρολόγιον, l'horologium, il contatore poi usato anche dai romani.

Il primo che venne portato a Roma fu grazie al console Manio Valerio Messalla che, nel 263 a.C., aveva vinto i cartaginesi e liberato Messina (Messalla): si trattava del quadrante della meridiana della città di Catania che egli fece collocare nel Foro affinché i romani se ne servissero. A causa della differenza di ore dovuta alla diversa latitudine, però, questo primo orologio non veniva preso in considerazione, finché nel 164 a.C. il censore Q. Marcio Filippo ne fece installare uno simile, predisposto però sulle ore di Roma. Nel 159 a.C. gli venne affiancato un orologio ad acqua per supplire il sole quando questo fosse stato assente.

Le meridiane erano comunque diffuse ovunque, sia nei luoghi pubblici che nelle case private e da quel momento l'uso degli orologi solari cominciò a diffondersi nelle più svariate dimensioni: l’imperatore Augusto ne istallò uno di dimensioni colossali, il solarium Augusti, il cui quadrante misurava 180x80 metri e il cui gnomone era un obelisco egiziano (ora visibile al centro di piazza Montecitorio) prelevato ad Eliopolis nell’anno 12 a.C. e trasportato a Roma con enormi chiatte. Opera straordinaria non solo perché era la più grande del mondo per dimensioni, ma anche perché l’obelisco era ritenuto sacro dagli egiziani per l’adorazione del dio Sole. Era talmente grande che le ore infisse sul pavimento della piazza misuravano ben 3 metri ciascuna.

Vennero poi anche ritrovati orologi minuscoli come quello di Aquileia: era costituito da un piccolo disco di bronzo che veniva appeso e ruotato in modo che i raggi solari vi battessero sopra. Questi orologi portatili e da viaggio venivano chiamati pensilia perché per poterli usare bisognava sospenderli nell’aria e orientarli manualmente. Questo In particolare risulta interessante perché vi erano incisi ben due quadranti solari: uno riportante le ore di Ravenna e l’altro di Roma, a testimonianza di una prima considerazione delle differenze temporali dovute alle latitudini. Vi erano tipi diversi di orologi solari: potevano essere di forma quadrata e scavata (gli emicicli), oppure lastre marmoree (discum in planitie) con su inciso un orologio orizzontale, con le linee orarie temporarie e le curve dei solstizi ed equinozi.

Le clessidre funzionavano solitamente ad acqua e servivano più per misurare intervalli di tempo come quello a disposizione degli oratori nelle cause in tribunale che, per legge, potevano durare al massimo due ore. Questo tipo di orologio era normalmente costituito da un recipiente dove l’acqua si accumulava scendendo attraverso un foro dal diametro ben calcolato, dove venivano indicate le ore con tacche regolate in base ad un orologio solare. Venivano utilizzati soprattutto con il buio ed erano posti sul passaggio delle ronde che annunciavano la divisione delle veglie in cui era divisa la notte. La clessidra a sabbia (clepsamia) è un’evoluzione successiva a quella ad acqua. Si cominciò ad usarla nel Medioevo come orologio da viaggio.

Dai tempi dell’imperatore Augusto (63 a.C.-14 d.C.) gli orologi ad acqua e le clessidre iniziarono a diventare di moda e subirono così un’ascesa vertiginosa. Anche per soddisfare le esigenze di ricchi clienti che volevano ornare le loro case, i modelli divennero sempre più perfezionati e curiosi, come quelli descritti da Vitruvio, per esempio, che ad ogni nuova ora lanciavano in aria sassi, uova o fischiavano. Mostrare ai propri ospiti di possedere un orologio divenne segno di ricchezza e prestigio.

Gli orologi dunque rimasero a lungo come segno di lusso e come moda, perché i romani non erano assillati dalla scansione del tempo. I loro strumenti di misurazione non erano precisi, lo gnomone non sempre era tarato alla giusta latitudine del luogo e il corrispondente orario segnato dall’orologio ad acqua non teneva conto delle diverse misurazioni che avrebbero richiesto le ore a seconda dei mesi e delle stagioni. Tanto che, come dice il filosofo Seneca, a Roma era più facile mettere d’accordo i filosofi che non gli orologi. Se infatti di giorno era possibile accordare orologio ad acqua insieme a quello solare, di notte ciò diventava impossibile.

Data questa imprecisione, la vita quotidiana era piuttosto flessibile e non risentiva di alcuna rigidità nella scansione del tempo. Tutto era regolato sulla disponibilità della luce a seconda delle stagioni essendo l’illuminazione serale piuttosto scarsa. Il periodo invernale, avendo meno ore solari su cui contare, era la stagione più attiva e dominata dalla fretta, mentre nelle lunghe giornate estive le attività potevano essere dilungate nel tempo avendo a disposizione più luce naturale per portarle a compimento.