DIZIONARIO LATINO OLIVETTI

Misure di peso romane

Dalle testimonianze ritrovate si è giunti a stabilire come, fin dai tempi più antichi, l’unità di peso fondamentale in ambito romano e comunque italico fosse la libra, detta anche pondus, di cui si è calcolato un peso teorico di 327,45 grammi.

Nel sistema di pesatura — e di conseguenza monetario — dei Siculi e degli Italioti erano già in uso unità di misura da questi chiamate litra e oncia. La litra era infatti il peso-unità della valuta in bronzo in uso presso i popoli italici: essa diede origine alla libra, correntemente usata presso i Romani. Anche qui, come in tutte le questioni sulle misure in atto nelle civiltà greca e romana, quella che riguarda i pesi e la loro esatta derivazione è stata a lungo analizzata, discussa e risolta in maniere differenti.

Secondo gli studi più recenti comunque pare certo che nelle singole regioni italiche fossero in uso ben otto tipi diversi di librae, usate sia come pesi che come moneta di scambio, la cui differenza si basava su un diverso uso di divisione del talento. Il talentum (dal greco τάλαντον, talento) era un’antica unità di misura del peso usata come riferimento nel commercio e aveva valori differenti a seconda della zona in cui era in uso: in Grecia il talento attico valeva 26 kg, a Roma 32,7 kg.

Mentre i greci erano usi dividere il talento in 60 mine, quello in uso a Roma era invece formato da 100 libbre romane e di conseguenza il confronto tra le due monete metteva il talento romano pari a 1,25 talenti greci. Questo valore nella pratica commerciale, data la confusione delle misure correnti in tutta l’area del Mediterraneo, oscillava in genere tra i 32,7 e i 32,3 kg a seconda se si trattasse di pesi reali o solo di numeri confrontati con le misure in uso tra i greci (anch’esse di valore variabile a seconda se erano adoperate nella regione attica o in quella alessandrina).

I greci, inoltre, numeravano in base 12, mentre per i romani valeva il conteggio decimale. Fino all’età imperiale, inoltre, oltre alla libra romana propriamente detta, vi erano in uso anche diversi sistemi di libre provinciali: una fra le più importanti era quella alessandrina di 34,93 kg poiché era base del sistema greco-egizio di conteggio dei pesi.

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Il valore della libra rimase immutato a Roma fino all’avvento di Carlo Magno (780-790 d.C.) il quale introdusse una nuova libra del peso di 410 grammi che, con il trascorrere dei secoli, si trasformò con l’uso nella parola lira, moneta ancora nota in Italia ai nostri giorni.

Sottomultiplo della libra più importante e usato era l’uncia, che valeva 27,28 grammi. Il termine venne introdotto dagli antichi Greci i quali, avendo un sistema a base duodecimale, indicarono genericamente con il termine oncia una grandezza minima corrispondente alla dodicesima parte di una unità: questo valeva nelle misure di lunghezza come in quelle di peso.

Anche i Romani adottarono l’uso di questa parola nel medesimo senso chiamandola uncia. Proprio perché il suo valore variava a seconda del luogo in cui veniva usata, rimase ad indicare la dodicesima parte di ogni grandezza assunta come unità (piede, palmo, braccio): all’uncia infatti corrispondevano valori diversi a seconda della città in cui era usata. In Italia rimase a lungo come sottomultiplo dell’unità di peso e sempre a indicare il valore di un dodicesimo di libra.

Venne normalmente adottata nell’uso quotidiano al punto che viene usata ancora adesso come sinonimo di piccola quantità. Altri termini relativi ai pesi rimasero comunque nella lingua parlata, tanto che “non farsi uno scrupolo” (che valeva un ventiquattresimo di uncia) significa ancora oggi non portare nemmeno un piccolo peso sulla coscienza.

La mina attica era comunque usata anche dai romani anche se aveva un valore leggermente diverso: risultava pari a 436,22 grammi (436,6 quella in uso in Attica) ed era formata dal peso di 16 once.

Unità di pesoOnceGrammi
Obolo1/480,57
Scrupolo1/241,13
Drenario o dracma attica1/83,41
Semiuncia1/213,64
Uncia127,28
Libra12327,45
Mina16436,22
Talento1.20032.740

A seguito della riforma monetaria voluta da Costantino nel 307 d.C. vennero poi introdotte nuove forme di denaro tra cui il solidus aureus conosciuto col nome di nomisma in Oriente: corrispondeva a 1/72 di libra, che nel frattempo venne ridotta di valore e portata a 326,6 grammi.

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Sotto il governo degli imperatori Arcadio, Onorio, Teodosio II e Valentiniano III (425 d.C) vengono inoltre ideati gli exagia solidi, veri e propri pesi destinati al controllo della moneta d’oro coniata al tempo, il solidus aureus appunto, e che erano provvisti di indicazioni cronologiche (monogrammi imperiali o nomi di funzionari): gli exagia potevano essere posseduti e usati soltanto dai fabbricanti di pesi ufficialmente indicati dal governo.

Da questo periodo storico in poi i pesi rimarranno ufficialmente stabiliti sia sulla base della libra che sulla base dell’oncia. La libra continua così a subire cali progressivi fino a pesare 324 grammi tra il IV e il VI secolo d.C. con un’oncia del valore di 26,66 grammi.

Pesi e bilance

Come tutte le società organizzate anche l’antica Roma aveva un sistema di unità di misura molto ben strutturato e soggetto a continui controlli per evitare le frodi. Per le bilance venivano utilizzati pesi di diverse grandezze a seconda della necessità, regolarmente marchiati con il valore scolpito sulla pietra ed il nome del questore che ne aveva la responsabilità. Questi pesi erano normalmente di forma circolare, piatti nelle parti superiori ed inferiori e provvisti di anello per appenderli alle bilance. Quelli più grandi avevano due anelli, oppure erano muniti di rampini di ferro, che servivano per sollevarli poiché potevano valere anche cento libbre (circa 33 kg).

Il materiale più utilizzato per la fabbricazione di questi pesi era la serpentina, una pietra ornamentale appartenente alla classe delle giade caratterizzata da un fondo colore verde scuro tendente al nero, dura e compatta. Era anche chiamata pietra nefritica (lapis nephriticus) per la sua supposta efficacia nella cura delle malattie renali. Quando il suo uso comparve nelle misurazioni, venne designata con il nome di lapis aequipondus (pietra da contrappeso), ma il nome cambiò nuovamente nell’uso corrente, diventando lapis martyrum (pietra dei martiri) quando i pesi ufficiali vennero utilizzati come strumento di tortura durante le persecuzioni contro i cristiani.

Nel mondo romano la pesatura avveniva normalmente con due tipi diversi di bilance: quella a due piatti detta trutina (o libra) e la stadera (statera o trutina campana). La trutina era una bilancia composta di due gusci, di un raggio pesatore, di una lingua e di una cassa. La trutina era nello specifico la lingua della bilancia che serviva a marcare il peso, il quale veniva posto su uno dei due piatti in modo autonomo. Sull’altro si metteva la merce e la lingua doveva posizionarsi perfettamente in centro.

La statera, invece, era costituita da una leva a bracci diseguali e da un fulcro fisso. Sul braccio più lungo erano in genere incise delle scale — in genere due — dove scorreva un peso ancora oggi detto romano. Su quello più corto vi era un gancio che poteva anche sostenere un piatto sospeso o direttamente la merce da pesare. Facendo scorrere il romano lungo la scala si raggiungeva così una posizione di equilibrio nel quale il braccio graduato si portava in posizione orizzontale. Dalla posizione del peso romano dunque si leggeva il peso che si voleva misurare.

La statera era molto usata nei viaggi e nei commerci in quanto poteva essere retta da un braccio umano nel caso di pesature di portata limitata. La trutina (o libra) era più conosciuta nel bacino del Mediterraneo, ma la statera, che con ogni probabilità era già nota in ambiente campano in età ellenistica, era il tipo più comune in età romana e conobbe poi un'applicazione pratica su larga scala, tanto da essere diffusa e usata ancora oggi.

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In età romana e bizantina se ne realizzarono esemplari da trasporto provvisti di asse pieghevole, nonché alcuni tipi di piccole dimensioni destinati alla specifica pesatura delle monete e dotate di un piatto più pesante dell'altro (trutina momentana o moneta), e bilance molto grandi, per carichi grossi che richiedevano uno strumento stabile.

Vi sono poi numerose testimonianze di tipi di bilancia intermedi tra la trutina e la statera costituite da due piatti ma dotati anche di scala graduata e peso cursore. Ciò che conta è che per utilizzare la trutina, vennero impiegati e fabbricati pesi da bilancia veri e propri. Sovente erano costituiti da piccole sfere con le due basi piatte, realizzate in pietra o metalli come piombo e bronzo. Per la pesatura dei carichi maggiori, si usavano pesi a forma di tronco di cono su base ellissoidale, generalmente molto pesanti.

Per la statera, invece, non si usavano tanto dei veri e propri pesi, quanto dei contrappesi: gli aequipondia che erano provvisti di anello di sospensione e realizzati per lo più in bronzo.

Bilance e pesi venivano costantemente verificati sia alla fabbricazione che durante la loro circolazione e confrontati con campioni conservati presso alcuni templi, come quello di Giove Capitolino a Roma, o in edifici pubblici. Il controllo era sotto la pertinenza degli edili in età repubblicana, per poi passare a quella del Praefectus urbi in età imperiale (II sec. d.C) i quali firmavano col proprio nome bilance e pesi con iscrizioni che ne attestavano l’avvenuto accertamento.

L'attenzione del governo nei confronti di pesi e monete fu sempre costante, soprattutto a partire dal 363 d.C., quando Giuliano creò dei nuovi magistrati addetti al controllo della genuinità dei pesi, gli zygostates (termine di derivazione greco), provvisti di pesi garantiti dallo Stato e di bilance ufficialmente calibrate. Questi funzionari furono disposti in tutte le città dell'Impero al fine di controllare il commercio dell'oro e scoraggiare la tosatura delle monete, operazione che consisteva nella limatura dei bordi per ricavare materiale utile per fonderne altre.

Nel Tardo Impero il compito di sorvegliare pesi e misure era affidato, a seconda dei tempi e dei luoghi, al praefectus urbi (i prefetti di Roma), al proconsul (ovvero i governatori delle province) o al comes sacrarum largitionum (Costantino I, 306 d.C.).