Il calendario romano

Il calendàrium, o anche kalendàrium, era il libro della contabilità nella quale i creditori inserivano i nomi dei debitori e le somme che essi chiedevano. Siccome gli interessi sul denaro prestato venivano calcolati alle Calendae (il primo giorno) di ciascun mese, il nome calendario venne dato anzitutto a questo genere di libro. La parola venne poi usata a indicare la registrazione dei giorni, settimane e mesi che corrispondono ad un moderno almanacco.

I romani, come i Greci, utilizzavano calendari incisi su lastre di pietra ed esposti nelle strade chiamati Fasti triumphales o Fasti consulares, a seconda che l’anno celebrasse una vittoria o semplicemente portasse il nome del console eletto. Le pietre riportavano incisi tutti i giorni dell’anno e menzionavano anche i principali eventi pubblici che avrebbero avuto luogo nel relativo periodo. Ma i Fasti potevano anche riportare indicazioni sulla posizione del Sole, le fasi stellari e gli eventi meteorologici; altri ancora avevano fini agricoli, oppure anche astrologici. Solo dopo il 46 d.C. iniziò anche il declino delle tavole di pietra incise il cui uso venne via via dismesso.

Il calendario agricolo

Come tutti gli antichi, anche i romani per calcolare il trascorrere del tempo si rifacevano alle fasi della Luna. Il calendario civile romano era però di tipo lunisolare, ovvero tentava di far coincidere i mesi lunari con l’anno solare, risultando pertanto molto impreciso rispetto alla reale posizione del Sole. Per cui la necessità di organizzare i lavori agricoli durante le varie stagioni spinse ad usare l’anno siderale, che teneva conto cioè del sorgere e del tramontare di alcune precise costellazioni. Accanto al calendario civile romano esisteva perciò anche una suddivisione dell’anno in cui gli eventi astronomici erano di riferimento alla vita agricola, come per esempio l’inizio dell’aratura, il riparo del bestiame dal maltempo, la semina, la sarchiatura, la vendemmia e così via.

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Il calendario di Romolo

Il primo calendario ufficiale adottato a Roma venne istituito nel 753 a.C. da Romolo. In seguito subì diverse modifiche, tuttavia in origine si trattava di un calendario che seguiva le fasi lunari (il termine mese, infatti, deriva dal latino mensis che vuol dire anche Luna). L’anno era diviso in dieci periodi e aveva inizio con la Luna Piena di marzo, all’incirca alla metà del nostro mese corrispondente. Nonostante i mesi lunari siano in realtà costituiti da 29,5 giorni, i mesi erano di 30 e di 31 giorni che venivano alternati. L’anno quindi durava 304 giorni e ne avanzavano 61 durante l’inverno che non venivano assegnati ad alcun mese: nella pratica capitava che, dopo dicembre, si smettesse di contare le date fino all’inizio dell’anno successivo.

I primi mesi prendevano il nome dalle principali divinità legate alle attività umane: Marte (la guerra) martius, Afrodite (l'amore) aprilis, Maia (la fertilità della terra) maius e Giunone (la maternità e la procreazione) iunius ; gli altri riportavano soltanto la loro posizione nel calendario: quintilis derivava da quinque, sextilis da sex, september da septem, october da octo, november da novem e december da decem.

Il calendario di Numa Pompilio

Nel 713 a.C, Numa Pompilio, re di Roma, inserì i mesi di gennaio e febbraio ai dieci già esistenti. Aggiunse così altri 51 giorni ai 304 del calendario di Romolo. Poi tolse un giorno dai mesi che ne avevano 30 facendoli così diventare dispari, poiché i numeri pari erano considerati sfortunati. Gennaio e febbraio si ritrovarono così a poter usufruire di 57 giorni, periodo che venne diviso assegnando rispettivamente 29 e 28 giorni. Febbraio divenne così pari e in quanto tale adatto ad essere utilizzato come mese di purificazione. Fu ulteriormente diviso in due parti, ciascuna costituita da un numero dispari di giorni: la prima finiva il giorno 23 con la Terminalia, che era la fine dell’anno religioso. Degli undici mesi che rimasero quindi, tutti dispari, quattro avevano 31 giorni e sette ne avevano 29.

Questo sistema di 355 giorni totali era comunque troppo breve per riuscire ad essere mantenuto allineato all’anno solare. Il problema venne affrontato adottando un tredicesimo mese, che veniva inserito una volta ogni due anni, chiamato Intercalans (mese intercalare) o Mercedonius (mese della retribuzione perché era in quella parte dell’anno che i lavoratori venivano pagati). La sua durata era di 27 o 28 giorni a seconda della bisogna e venne inserito tra il 23 e il 24 di febbraio: i cinque giorni che avanzavano vennero cancellati. Solo in questo modo, infatti, si riusciva a mantenere fisse le date e le festività.

L’ordine dei pontefices, incaricati di presiedere ai riti, decideva quando il Mercedonius doveva essere usato e quanto lungo avrebbe dovuto essere. Nonostante il mese aggiuntivo, però, questo sistema continuava a essere impreciso. Non solo, costituiva anche occasione di immoralità da parte dei pontefices che potevano accorciare o allungare l’anno a seconda delle necessità del corruttore: questa pratica infatti poteva avere diverse implicazioni legali, come per esempio il ritardato pagamento alla scadenza di un contratto.

L’anno così composto risultava così di 377 o 378 giorni a seconda che iniziasse il giorno dopo o due giorni dopo le Terminalia.

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Il calendario di Giulio Cesare

Giulio Cesare, quando divenne pontefice massimo nel 46 a.C., decise di rivedere il calendario in vigore eliminando come prima cosa il mese di Mercedonio. La durata dell’anno fu portata quindi a 365 giorni. Poiché gli astronomi di Cesare, in particolare l’alessandrino Sosigene, si erano accorti che l’anno solare effettivo era più lungo di un quarto di giorno, ogni quattro anni a febbraio — che era già stato allungato stabilmente a 29 giorni — fu attribuito un ulteriore giorno, ottenuto però ripetendo il giorno 24 che venne chiamato bis sextum kalendas martias, introducendo così l’uso dell’anno bisestile. Febbraio rimaneva di 29 giorni, ogni anno bisesto solo in apparenza uguale come numero di giorni. L’anno in cui tale aggiunta veniva fatta risultava pertanto composto di 366 giorni.

Il mese di Quintilis fu quindi ribattezzato Iulius in onore di Giulio Cesare nel 44 a.C. La riforma venne completata dall’imperatore Augusto nell’8 a.C.: Sextilis venne ribattezzato Augusto in suo onore e portato a 31 giorni come luglio perché l’Imperatore in carica non sopportava di avere un mese più breve di quello di Cesare. Questo calendario sopravvisse anche dopo la caduta dell’Impero Romano, quando venne sostituito nel 1582 da quello voluto da Papa Gregorio XIII e usato ancora oggi.

Calendario di RomoloGiorni
Martius31
Aprilis30
Maius31
Iunius30
Quintilis31
Sextilis30
September30
October31
November30
10ºDecember30
11º
12º
Numa Pompilio CesareGiorni
Ianuarius29
Februarius28-29
Martius31
Aprilis29
Maius31
Iunius29
Quintilis - Iulius31
Sextilis - Augustus29-31
September29
10ºOctober31
11ºNovember29
12ºDecember29

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La suddivisione del calendario

I giorni

Venivano chiamate Calende le giornate di Luna Nuova che davano inizio ai mesi, mentre le Idi erano quelle di Luna Piena. Le None (primo quarto) erano poste a metà tra Luna Nuova e Piena, circa nove giorni prima delle Idi. Solo le Calende erano fisse, mentre Idi e None erano mobili a seconda delle stagioni. Alle Calende il Pontifex Minor (che aveva il compito di conservare e interpretare le tradizioni giuridiche ed era addetto al culto) convocava il popolo sul colle Capitolino per annunciare l’inizio del mese. In quell’occasione dichiarava inoltre la classificazione mensile dei giorni dell’anno, che venivano divisi in base alle seguenti tipologie: fasti, i giorni favorevoli, erano contrassegnati con la lettera F; i nefasti erano distinti dalla N; i comitiales, indicati con la C, erano dedicati alle assemblee pubbliche; gli endotercisi, contrassegnati con EN, designavano un giorno la cui parte centrale era positiva, ma che iniziava o terminata in maniera negativa; infine i giorni indicati con NP, il cui significato è ancora in discussione.

Le attività pubbliche potevano avere luogo nei giorni fasti o nei comitiales, ma anche nella parte centrale degli endotercisi, e non potevano svolgersi nei giorni nefasti. I giorni fasti, infine, recavano anche la lettera del giorno di riferimento del mese: K per calendae, NON le none, EID le Idi.

Anche il modo di indicare le date era diverso da oggi, poiché i romani non contavano a partire dall’inizio del mese (le Calende), ma i giorni mancanti alle None e alle Idi a seconda di quanto esse fossero le più vicine a quell’avvenimento. Il conteggio era inclusivo dei giorni di partenza e di arrivo: per esempio il 3 settembre era considerato il terzo e non il secondo giorno prima delle None quando queste cadevano il 5.

Per dire il giorno precedente — per esempio alle None — si usava l’avverbio pridie seguito da Idus o Nonas. Il 14 luglio era pridie Idus Iulias, ovvero il giorno prima delle Idi di Luglio. Per dire il giorno seguente si usava l’avverbio postridie seguito dal caso accusativo: postridie Nonas Martias. Nonostante i cambiamenti successivi dei calendari, la suddivisione in Calende, None e Idi rimase in uso ancora per moltissimo tempo.

Le settimane

In origine i Romani usavano una settimana composta da otto giorni contrassegnati da lettere che andavano dalla A alla H. Questa settimana veniva chiamata nundinale, perché Nundinae erano le giornate fissate per lo svolgersi del mercato: i contadini scendevano in città a vendere i prodotti che al tempo si riuscivano a conservare per una settimana al massimo, ovvero fino al mercato successivo 8 giorni dopo. Questa modalità faceva sì però che le settimane non coincidessero affatto con i mesi; nel frattempo la comunità ebraica a Roma continuava a seguire un calendario lunare che suddivideva i cicli di 28 giorni in periodi di sette così che, un po’ alla volta, la popolazione cominciò a chiamare i giorni con sette nomi differenti che, con l’avvento dell’astrologia, divenne consuetudine chiamare con nomi riferiti ai pianeti che ne regolavano gli influssi (lunes da Luna, martes da Marte, eccetera).

Il ciclo nundinale il cui uso quotidiano era caduto in disuso, venne infine ufficialmente sostituito nel 321 d.C. da Costantino con la settimana formata da sette giorni. Egli decretò inoltre che fosse la domenica (dies Solis) il giorno di riposo dedicato al dio Sole, invece del sabato, che era divenuto tradizionale non solo per gli ebrei ma un po’ per tutto il popolo. Fu lui, infine, che decise la sostituzione del nome dies Solis, dedicato al Sole, con dies Dominica, il giorno del Signore, creando così un primo compromesso tra mondo pagano e cristiano. La settimana ebraica venne ufficializzata lasciando inalterati i nomi dedicati agli dei pagani.

Gli anni

Non si conosce il momento in cui si decise di trasferire l’inizio dell’anno, che per i Romani coincideva con la Luna Piena di Marzo (Quintilis), al 1 di gennaio. Alcuni autori sostengono fu Numa Pompilio.

Agli inizi, comunque, gli anni non venivano contati e portavano semplicemente il nome del console che era in carica, le cui elezioni avvenivano, appunto, all’inizio dell’anno (marzo). Più tardi si cominciò a contarli a partire dalla fondazione di Roma, ab urbe condita, ovvero a partire dal 753 a.C.: l’acronimo AVC (AUC) indica appunto una di queste datazioni. Dopo l’insediamento di Diocleziano si prese a contare con la sigla AD, ovvero Anno Diocleziano, e questo fino al termine del V secolo d.C. in cui la cultura cristiana prese il sopravvento e gli anni cominciarono ad essere registrati a partire dalla nascita di Cristo.

Le stagioni

Il calendario agricolo, che era legato a fenomeni stellari, portò i romani a suddividere l’anno in 8 parti. Equinozi (quando notte e giorno avevano uguale durata) e Solstizi (il momento di minimo e massimo irraggiamento solare nel corso dell’anno) indicavano non soltanto l’inizio delle stagioni, ma anche il periodo intermedio. Si usava anche costruire edifici che segnassero questi passaggi legati alle costellazioni: il Pantheon a Roma ne è un celebre esempio. Pare servisse a contrassegnare con esattezza quando la Luna Piena cadeva nell’equinozio di Primavera, essendo il pianeta perfettamente visibile a perpendicolo a chi si pone al centro del tempio allo scoccare della mezzanotte.