DIZIONARIO LATINO OLIVETTI

Misure lineari e itinerarie romane

Da sempre, nei tempi antichi — ma lo facciamo anche un poco noi oggi —, le distanze venivano misurate in base ad elementi del corpo umano, a percorsi a piedi o a capacità lavorative rispetto ad un campo da arare. Le prime unità di misura provengono dall’Oriente, poi dall’Egitto, dalla Grecia e infine approdano a Roma, dove subiscono diverse trasformazioni. In un primo momento è Roma, che inizia ad affacciarsi commercialmente sul Mediterraneo, ad adeguare il proprio sistema metrico in base a quello attico più diffuso nell’area. Saranno poi altri popoli a cambiare il sistema di misura romano, affiancandolo ai propri oppure adeguandolo.

Il fatto che le unità di misura non fossero omogenee rendeva difficile il commercio, soprattutto per Roma che aveva relazioni sia con l’Oriente che con l’Occidente, per cui si arrivò a stabilire regole precise: un piede, o un braccio, non erano uguali per tutti e nacque così la necessità di organizzare queste misure sia per fini commerciali che fiscali, oltre che per l’edilizia urbana. La costruzione di edifici nelle colonie dell’impero, progettati secondo le unità di misura romane, doveva infatti seguire regole comprensibili alle maestranze locali per le quali una misura ugualmente denominata (un piede, per esempio) poteva avere una diversa dimensione. Alcuni ritrovamenti dimostrano la diffusione di tabelle comparative: una di queste, ritrovata a Salamina (Grecia) mette a confronto piede dorico, piede attico e cubito egizio.

In Italia, comunque, queste diverse misure convissero fino ai tempi dell’Imperatore Augusto, quando si arrivò ad una romanizzazione completa del sistema metrico. Augusto rese obbligatorio il pes romanus, con una unità campione conservata a Roma nel tempio di Giunone Moneta, da cui il nome di pes monetalis. Per la Roma imperiale, infatti, impiantare una viabilità, colonizzare territori, costruire mercati e presidi significava in primo luogo riordinare la realtà secondo i propri canoni, commisurarla alle proprie necessità e ai propri standard: la misura divenne quindi uno strumento dell'Impero e il sistema metrico divenne fisso con unità di misura lineari e di volume che avevano rapporti ben precisi e definiti tra loro.

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Venne quindi ufficialmente adottato il piede attico conforme a 29,6 cm. In Grecia, però, il piede veniva suddiviso in 16 parti, dette digitus. A Roma, invece, il pes, che aveva ufficialmente la stessa misura, era diviso in 12 unità diverse secondo l’uso etrusco, ognuna delle quali venne chiamata uncia.

Il pes divenne così misura di base e da quel momento le unità di misura lineare vennero sempre misurate a partire dal piede. Tra i sottomultipli il cubitum (cubito, cioè gomito) era e rimase la misura di lunghezza più comune dell'antichità. In alcuni paesi rimase in uso fino all'epoca medievale, poi divenne usualmente chiamato braccio. La misura del cubito era poco meno di 45 centimetri, circa mezzo metro, e corrispondeva idealmente alla lunghezza dell'avambraccio, a partire dal gomito fino alla punta del dito medio. La misura precisa variava a seconda dei paesi, poiché era una misura utilizzata in tutto il Mediterraneo.

Tra i multipli più comuni era il passus, equivalente a 5 piedi e che costituiva la misura itineraria per eccellenza: occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino. Altro multiplo del pes importante era il milia passuum (da cui deriva la parola miglio) "migliaia di passi", che nell'antica Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri). Tutte le strade venivano segnate ogni milia passum, cioè ogni mille passi, da una pietra chiamata miliarium. Lo stadio, oltre a rappresentare il noto edificio, rappresentava anche la distanza nelle gare di corsa ed era utilizzato per misurare anche notevoli distanze e quindi gli itinerari, al pari di come noi oggi usiamo i chilometri.

Queste misure sono state importanti nel mondo imperiale, soprattutto nel suo paesaggio e nei suoi monumenti, data l’alta attività costruttiva e colonizzatrice di Roma. Le strade romane con le loro pietre miliari, le divisioni ancora visibili in molte campagne, le proporzioni delle più diverse costruzioni architettoniche, sono una viva testimonianza dei fondamenti metrici dell’attività romana del tempo.

Unitàpedesvalore
Sextans o dodrans (sestante)3/422,23 cm
Palmus (palmo)1/47,41 cm
Uncia (oncia)1/122,47 cm
Digitus (dito)1/161,85 cm
Pes (piede)129,65 cm
Cubitus (braccio, ulna)1,544,47 cm
Gradus (passo semplice)2,574 cm
Passus (passo)51,48 m
Decempeda (dieci piedi, detta anche pertica)102,96 m
Actus (atto)12035,52 m
Stadium (stadio)625185 m
Milium o miliarum (miglio)
(8 stadi; 1000 passi)
5.0001.480 m
Leuga (lega)7.5002.220 m
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Le misurazioni

Uno dei primi strumenti di misura lineare ritrovato a Pompei è la regula. Questa era una sbarretta di piombo, osso o legno lunga quanto un piede: poteva essere rigida o pieghevole e sulla superficie erano incise le misure dei sottomultipli del piede.

Secondo gli storici — ma si tratta di supposizioni, senza alcun ritrovamento a testimoniarlo — furono i romani ad aver inventato uno strumento per misurare le distanze percorse, chiamato odometro. Veniva applicato all’asse di un carro e regolato in base alla circonferenza della ruota che doveva compiere 400 giri per percorrere un miglio. Lo strumento era quindi costituito da un congegno di ingranaggi dentati: ad ogni giro della ruota i denti azionavano un dispositivo che lasciava cadere un sassolino in un recipiente apposito ogni miglio percorso. Alla fine del viaggio, contati i sassolini, si sapeva di quante miglia fosse il tragitto.

Già prima del 250 a.C. per la via Appia, e dopo il 124 a.C. per la maggior parte delle altre, le distanze tra le città si contavano in miglia che erano numerate con le pietre miliari. La moderna parola miglio deriva infatti dal latino milia passuum, cioè “mille passi” che corrispondono a circa 1.480 metri. Fu Augusto, divenuto commissario permanente alle strade del 20 a.C. che pose il miliarum aureum (la pietra miliare aurea) nel foro a Roma: una colonna di bronzo dorato posta accanto al tempio di Saturno. Tutte le strade iniziavano idealmente da questo monumento in bronzo, ed è da qui che viene il detto “Tutte le strade portano a Roma”. Su di esso era riportata le lista delle maggiori città dell’impero e la loro distanza da Roma. Il miliarium quindi indicava anche le pietre — dette cippus — di forma solitamente cilindrica, alte da 2 a 4 metri, poste lungo le strade consolari esattamente a mille passi di distanza l’una dall’altra. Alla base recavano scritto il numero di miglio della strada e la distanza dal miliarium aureum a Roma. Vi erano incise anche le informazioni sugli ufficiali che ne avevano diretto la costruzione o la riparazione e in che data fosse avvenuto, nonché le caratteristiche della strada stessa, se fosse stata lastricata o solo composta di ghiaia e terriccio.

Oltre alle pietre miliari, i viaggiatori potevano aiutarsi con vere e proprie carte stradali, dette itineraria, sulle quali erano indicate le stationes, punti di rifornimento e di sosta, oltre alle principali città e alle distanze intermedie. Anche se dai ritrovamenti non si può dire che esistesse una vera e propria tradizione cartografica romana, sappiamo che le itineraria pictaerano vere e proprie carte geografiche o topografiche. Accanto alle mappe vi erano anche le itineraria adnotata che erano invece semplici elenchi di strade, località e distanze.

Inoltre la misura dello spazio legata ai problemi urbanistici merita particolare attenzione. Per segnare i confini delle nuove città da fondare, veniva tracciato il solco primigenius, che significava tutta una serie di pratiche religiose e scarificali e la previa interpretazione dei segni divini propiziatori, ma anche la necessità di prendere attente misure. Alla base di queste vi era l’actus (120 pedes) la cui etimologia ci fornisce la misura della sua importanza: da ago che significa conduco richiamava il tratto di terreno che era possibile arare da una coppia di buoi che fossero stati pungolati una sola volta.