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Cecilio Stazio
(✶230≈ a.C.   †168 a. C.)

Cecilio Stazio (latino: Caecilius Statius; 230 a.C. circa – 168 a.C.) è stato un commediografo romano.

Primo autore della letteratura latina di origine gallica, si specializzò, come il contemporaneo Tito Maccio Plauto prima di lui, nella composizione di palliate, ovvero commedie di ambientazione greca. Accolte inizialmente con freddezza, le sue opere furono poi portate al successo dall'impresario teatrale Lucio Ambivio Turpione e acquisirono grande fama. Di esse restano 42 titoli e vari frammenti, per un totale di circa 280 versi.

Mentre per la lingua e lo stile il suo teatro rimase molto vicino a quello plautino, Cecilio testimonia invece la progressiva penetrazione della cultura ellenistica in Roma, non traducendo i titoli degli originali greci da cui traeva le sue opere ed evidenziando i prodromi di quell'ideale che, grazie agli influssi della filosofia stoica e all'opera del circolo degli Scipioni, avrebbe più tardi preso il nome di humanitas.

L'opera di Cecilio fu variamente giudicata dagli autori antichi, che videro nel commediografo ora uno tra i maggiori drammaturghi della letteratura latina, ora un cattivo esempio di stile. La critica attuale, fortemente limitata dallo scarso numero di frammenti delle opere disponibili, tende comunque a sottolineare l'importante ruolo che Cecilio ricoprì nel passaggio dalla palliata di Plauto a quella di Publio Terenzio Afro, dando inizio a una nuova fase dell'ellenizzazione della letteratura latina.

Cecilio Stazio nacque attorno al 230 a.C., nel territorio dei Galli Insubri, probabilmente a Mediolanum, secondo anonime testimonianze riportate nel Chronicon di Girolamo.[1][2] Fu fatto prigioniero nel corso delle guerre tra gli Insubri e l'esercito romano tra il 222 e il 219 a.C.,[3] forse a seguito della battaglia di Clastidium,[2] e giunse dunque a Roma come schiavo, secondo la testimonianza dell'erudito del II secolo d.C. Aulo Gellio, che scrisse nelle sue Noctes Atticae:

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«[Caecilius] seruus fuit et propterea nomen habuit Statius.»
«[Cecilio] era di condizione servile, e perciò prese il cognomen di Stazio.»
(Aulo Gellio, Noctes Atticae, IV, 20, 13.)

Non risulta possibile, tuttavia, accertare se le parole di Gellio rispecchiassero la verità o se fossero soltanto un'inferenza originata dal fatto che il cognomen di Stazio, dal significato letterale di "attendente", era spesso attribuito agli schiavi. È infatti probabile che Gellio abbia voluto spiegare perché Cecilio portasse un nome solitamente attribuito agli schiavi, ideando la motivazione in un momento in cui le reali notizie biografiche sul drammaturgo erano andate perdute.[3]

Dalla gens cui entrò a far parte, Stazio trasse il nomen di Cecilio. Della sua carriera rimangono pochissime notizie: si dedicò esclusivamente alla composizione di palliate, ma l'accoglienza inizialmente riservata alle sue opere, rappresentate sulla scena nel momento di massima celebrità di Plauto, fu fredda. Il pubblico romano, amante del carattere farsesco e vivace del teatro plautino, non poteva apprezzare pienamente le commedie di Cecilio, più attento all'approfondimento psicologico e alla verosimiglianza delle vicende inscenate.[2] Tuttavia, il capocomico e impresario teatrale Ambivio Turpione, che aveva acquistato le opere dell'autore e che quindi aveva l'incarico di metterle in scena, riuscì infine a portarle al successo. Nel prologo dell'Hecyra di Terenzio, lo stesso Turpione, che rappresentava il personaggio protatico, raccontava le vicende degli esordi di Cecilio paragonandole a quelle, analoghe, che aveva in seguito vissuto nel tentativo di portare al successo anche le opere di Terenzio:

«Orator ad vos venio ornatu prologi:
sinite exorator sim dem ut iure uti senem
liceat quo iure sum usus adulescentior,
novas qui exactas feci ut inveterascerent,
ne cum poeta scriptura evanesceret.
in is quas primum Caecili didici novas
partim sum earum exactu', partim vix steti.
quia scibam dubiam fortunam esse scaenicam,
spe incerta certum mihi laborem sustuli,
sdem agere coepi ut ab eodem alias discerem
novas, studiose ne illum ab studio abducerem.
perfeci ut spectarentur: ubi sunt cognitae,
placitae sunt. ita poetam restitui in locum
prope iam remmotum iniuria advorsarium
ab studio atque ab labore atque arte musica.
quod si scripturam sprevissem in praesentia
et in deterrendo voluissem operam sumere,
ut in otio esset potiu' quam in negotio,
deterruissem facile ne alias scriberet.»
«Io mi presento a voi in costume da prologo, ma in funzione di avvocato. Fate che io sia un avvocato capace di vincer la causa, così che mi sia dato godere da vecchio del privilegio medesimo di cui ho goduto da giovane; quando sono riuscito a far sopravvivere delle opere fischiate da nuove e ad impedire che scomparissero, insieme col loro autore. Per le commedie di Cecilio, delle quali ebbi a curare la prima rappresentazione, in parte feci fiasco, in parte la spuntai di stretta misura. Sapendo che la fortuna delle opere drammatiche è dubbia, mi volli accollare, pur in una incerta speranza, un carico certo: mi rimisi a rappresentare le stesse commedie, per poterne mettere in scena altre dello stesso autore, con gran passione, in modo da non distogliere lui dalla passione sua. Ho ottenuto che fossero rappresentate; appena conosciute, hanno avuto successo. Così ho rimesso in onore un poeta, che la malignità dei suoi avversari per poco non aveva allontanato dalla sua occupazione prediletta e dal suo lavoro e dalla creazione poetica. Che se io avessi senz'altro buttato in un canto l'opera sua e avessi voluto di proposito scoraggiarlo, così da indurlo a star in ozio piuttosto di continuare a lavorare, facilmente l'avrei distolto dallo scrivere altre commedie.»
(Terenzio, Hecyra, vv. 9-27; trad. di A. Arici in Terenzio, Commedie, Zanichelli.)
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Raggiunto l'apice del successo attorno al 179 a.C., dopo la morte di Plauto nel 184 a.C.,[1] Cecilio intrecciò un legame di amicizia con il coevo poeta e drammaturgo Quinto Ennio, assieme al quale fu alla guida del collegium scribarum histrionumque, un'associazione di tipo corporativo, fondata nel 207 a.C. in seguito alla composizione, da parte di Livio Andronico, dell'inno a Iuno Regina, che riuniva gli attori e gli autori delle rappresentazioni drammatiche allora presenti in Roma.[2]

Di dubbia attendibilità[4] risulta invece l'aneddoto riportato da Gaio Svetonio Tranquillo nella Vita Terentii, che pone in diretto contatto l'attività di Terenzio con la figura di Cecilio:

«Scripsit comoedias sex, ex quibus primam "Andriam" cum aedilibus daret, iussus ante Caecilio recitare, ad cenantem cum venisset, dictus est initium quidem fabulae, quod erat contemptiore vestitu, subsellio iuxta lectulum residens legisse, post paucos vero versus invitatus ut accumberet cenasse una, dein cetera percucurrisse non sine magna Caecilii admiratione.
(Terenzio] scrisse sei commedie. Di queste, quando presentò agli edili la prima, l'Andria, essendogli stato imposto di recitarla dapprima a Cecilio ed essendo andato da lui mentre pranzava, si racconta che abbia letto il principio della commedia stando seduto su uno sgabello presso il letto tricliniare, per il fatto che era vestito con un abito molto dimesso; ma, dopo pochi versi, fu invitato a prender posto ed a pranzare insieme a lui; quindi lesse tutto il resto, non senza grande ammirazione di Cecilio.»
(Svetonio, Vita Terentii, 3; trad. di O. Bianco in Terenzio, Commedie, UTET.)

Secondo la testimonianza di Girolamo,[1] Cecilio morì nel 168 a.C., un anno dopo Ennio, ma se si volesse dare credito all'aneddoto narrato da Svetonio la data dovrebbe essere posticipata almeno al 166 a.C. poiché l'Andria fu rappresentata per la prima volta soltanto in quell'anno.[2][4] Il drammaturgo fu sepolto nelle vicinanze del colle Gianicolo.[1]

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Opere

Il grandissimo successo che le commedie plautine avevano riscosso e continuavano a riscuotere presso il popolo contribuì a creare in Roma una certa propensione per il genere comico, a svantaggio di quello tragico.[3] Allo stesso tempo, Plauto aveva così stabilito degli standard che difficilmente i commediografi successivi riuscirono a raggiungere: essi, peraltro spesso in rivalità tra loro, potevano dunque o tentare di «rivaleggiare con Plauto sul suo stesso terreno»,[3] o cercare nuove strade per raggiungere il successo. In questo contesto si colloca dunque l'opera letteraria di Cecilio, che, pur cimentandosi nel genere della palliata come Plauto, vi introdusse alcune significative innovazioni.

Della vasta opera di Cecilio sono giunte fino a oggi poche testimonianze frammentarie, per un totale di circa 280 versi.[4] Sono noti i titoli di quarantadue palliate: Aethrio, Andrea, Androgynos, Asotus, Chalcia, Chrysion, Dardanus, Davos, Demandati, Ephesio, Epicleros, Epistathmos, Epistola, Ex hautu hestos, Exul, Fallacia, Gamos, Harpazomene, Hymnis, Hypobolimaeus sive Subditivos, Hypobolimaeus Chaerestratus, Hypobolimaeus Rastraria, Hypobolimaeus Aeschinus, Imbrii, Karine, Meretrix, Nauclerus, Nothus Nicasio, Obolostates sive Faenerator, Pausimachus, Philomena, Plocium, Polumeni, Portitor, Progamos, Pugil, Symbolum, Synaristosae, Synephebi, Syracusii, Titthe e Triumphus.

In ambito tecnico, l'opera di Cecilio determinò un significativo punto di svolta nella storia della letteratura e del teatro latino, che nel rapporto con gli originali greci vedevano uno tra i maggiori problemi letterari del tempo:[5] in precedenza, Gneo Nevio e Plauto avevano operato sugli originali da cui traevano le loro opere con grande disinvoltura, traducendone e latinizzandone i titoli, inserendovi riferimenti all'attualità e ai costumi romani, contaminando liberamente le trame.[4] Cecilio si fece invece artefice di una maggiore fedeltà agli originali, dei quali in molti casi non tradusse i titoli, a testimonianza della sempre maggiore ellenizzazione della cultura romana.[2][5] Rarissima è infatti nelle sue opere la presenza, limitata alla sola Rastraria, di titoli con la formazione indigena in -aria, molto frequente invece in Nevio e in Plauto.[5] Dalla testimonianza di Marco Terenzio Varrone,[6] che assegnò a Cecilio la palma in argumentis, ovvero per le trame, risulta inoltre probabile che il commediografo non facesse uso del procedimento, comune a molti dei suoi contemporanei, della contaminatio, il quale arricchiva la commedia e permetteva di presentare un maggior numero di situazioni farsesche, ma contribuiva contemporaneamente a indebolire le trame.[2][5] Tale interpretazione sarebbe confermata dal fatto che Cecilio non è citato nell'elenco dei commediografi che fecero uso della contaminatio riportato nell'Andria di Terenzio, dove compaiono, invece, Nevio, Plauto ed Ennio.[7]

Il principale modello da cui Cecilio tradusse i suoi modelli fu il commediografo greco di età ellenistica Menandro: a lui si possono far risalire sedici dei quarantadue titoli di cui è giunta ad oggi notizia.[4] Marco Tullio Cicerone parlò in più opere di Cecilio e Terenzio come traduttori di Menandro,[8][9] e Gellio operò nelle sue Noctes Atticae un confronto tra alcuni passi del Plocium di Cecilio e l'originale di Menandro.[10]

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A livello metrico, Cecilio predilesse l'uso del senario giambico, già particolarmente diffuso nelle opere dei drammaturghi a lui precedenti, e del settenario trocaico; si registra tuttavia, nella sua opera, la presenza di parti cantate, i cantica, polimetriche e dal ritmo vivace,[11] affini ai cantica già adoperati da Plauto. A livello retorico, abbondano le figure di suono, tipiche della prosa sacrale romana e di tutta la letteratura arcaica latina, quali l'allitterazione[12][13] e l'omoteleuto;[12][11] nei frammenti è attestata inoltre la presenza di figure etimologiche[14] e accumulazioni sinonimiche.[15][16]

A livello stilistico, dunque, l'opera di Cecilio trasse ispirazione da quella di Plauto: abbondano infatti situazioni farsesche e battute di spirito salaci e talvolta grossolane e volgari,[17] come è esemplificato dal seguente passo del Plocium:

«Is demum miser est, qui aerumnam suam nesciat occulte
ferre: Ita me uxor forma et factis facit, si taceam, tamen indicium,
Quae nisi dotem omnia quae nolis habet: qui sapiet de me discet,
Qui quasi ad hostis captus liber servio salva urbe atque arce.
Dum eius mortem inhio, egomet inter vivos vivo mortuus.
Quaen mihi quidquid placet eo privatum it me servatam ?
Ea me clam se cum mea ancilla ait consuetum. id me arguit:
Ita plorando orando instando atque obiurgando me optudit,
Eam uti venderem. nunc credo inter suas
Aequalis, cognatas sermonem serit:
'Quis vostrarum fuit integra aetatula
Quae hoc idem a viro
Impetrarit suo, quod ego anus modo
Effeci, paelice ut meum privarem virum?'
Haec erunt concilia hocedie: differar sermone misere.»
«È proprio misero colui che non può nascondere e sopportare la sua pena: così mi rende mia moglie con la sua bruttezza e la sua condotta; se anche taccio lascio tuttavia trasparire la mia pena. Lei che, tranne la dote, ha tutto quello che non vorresti: chi avrà senno, imparerà da me, che, quale un prigioniero presso i nemici, sebbene io sia un uomo libero, sono in schiavitù, pur essendo in salvo la città e la rocca. Lei che mi priva di tutto ciò che mi piace. Vuoi che io sia salvo? Mentre io sto con la bocca aperta ad aspettare la sua morte, come morto fra i vivi io vivo. Quella dice che io me la intendevo con la mia ancella di nascosto a lei, di questo mi accusa, e mi ha stordito piangendo, pregando, insistendo e rimproverando, che io l'ho venduta; ora, credo, fa queste chiacchiere tra le sue coetanee e le parenti: «chi vi fu tra di voi, ancora nel fiore dell'età giovanile, che ottenne questa stessa cosa da suo marito, che io ora da vecchia ho ottenuto, cioè di privare mio marito dell'amante?» Questi saranno oggi i loro pettegolezzi, ed io, infelice, vengo straziato dalle chiacchiere.»
(Plocium, vv. 143-157 Ribbeck; trad. di F. Cavazza in Aulo Gellio, Le Notti Attiche, Zanichelli.)
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Della palliata plautina Cecilio riutilizzò inoltre il linguaggio vario, vivace ed esuberante,[18] incentrato sulla ricerca della parola carica, colorita e imprevista,[5] ma evitò invece qualsiasi riferimento all'attualità romana, cui Plauto aveva invece fatto di frequente ricorso.[17] Inoltre, la maggiore aderenza agli originali greci, la predilezione per Menandro e il primo approfondimento psicologico dei personaggi testimoniano anche gli sviluppi che Cecilio apportò al modello plautino:[18] egli si preoccupò infatti di prestare maggiore cura ai pensieri e alle azioni dei suoi personaggi, analizzandone finemente i sentimenti[19] e rendendoli coerenti con le vicende narrate.[20]

Non mancano, tuttavia, passi che separino nettamente l'opera di Cecilio dal modello stilistico plautino: nei Synephebi il personaggio della meretrix (cortigiana), nella palliata tradizionalmente avida e venale, appare al contrario generoso e disinteressato, pronto a sacrificarsi per l'adulescens amato.[21][22] Cecilio fu inoltre autore di alcune sentenze di tono grave e patetico sul tema della vecchiaia[23][24] e di altrettante, di carattere più generale, sull'esistenza umana:[25][26] da situazioni comiche e farsesche, seppe dunque anche cogliere lo spunto per avviare riflessioni serie.[27]

L'opera di Cecilio si pone infine tra Plauto e Terenzio nell'elaborazione dell'ideale che nel I secolo a.C. avrebbe preso il nome di humanitas: Plauto aveva scritto, nell'Asinaria, «lupus est homo homini, non homo, quom qualis sit non novit» («l'uomo è un lupo per l'uomo, non un uomo, qualora si ignori chi sia»),[28] sostenendo dunque che un uomo sconosciuto dovesse essere trattato come una fiera selvaggia.[27] Cecilio scrisse invece «homo homini deus est, si suum officium sciat» («l'uomo è un dio per l'uomo, se conosce il proprio dovere»):[29] influenzato dalla filosofia stoica, i cui insegnamenti sarebbero stati a pieno colti e rielaborati dagli esponenti del circolo degli Scipioni e da Terenzio, che avrebbe scritto infine «homo sum, humani nihil a me alienum puto»,[30] Cecilio sostenne che gli uomini dovessero essere tra loro solidali e recarsi reciproco beneficio: tale doveva essere il dovere di ogni uomo.[27]

Fortuna

Il prologo dell'Hecyra di Terenzio testimonia come le commedie di Cecilio, parallelamente a quanto era accaduto in Grecia a Menandro,[17] faticarono a raggiungere il successo finché Plauto fu in vita:[31] il pubblico romano, che amava il carattere farsesco della palliata plautina, non poteva apprezzare pienamente l'approfondimento psicologico che Cecilio riservava ai suoi personaggi, né la ricerca della verosimiglianza nelle trame.[2] Dopo la morte di Plauto, tuttavia, le opere di Cecilio ottennero un notevole successo e finirono per affermarsi su quelle degli altri autori: nella prima metà del I secolo a.C. l'erudito Volcacio Sedigito compose un canone dei maggiori poeti comici, in cui riconobbe la superiorità di Cecilio su tutti gli altri:[32]

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«multos incertos certare hanc rem vidimus,
palmam poetae comico cui deferant.
eum meo iudicio errorem dissolvam tibi,
ut, contra si quis sentiat, nihil sentiat.
Caecilio palmam Statio do comico.
Plautus secundus facile exsuperat ceteros.
dein Naevius, qui fervet, pretio in tertiost.
si erit, quod quarto detur, dabitur Licinio.
post insequi Licinium facio Atilium.
in sexto consequetur hos Terentius,
Turpilius septimum, Trabea octavum optinet,
nono loco esse facile facio Luscium.
decimum addo causa antiquitatis Ennium.»
«Abbiamo visto molti, incerti, rivaleggiare su questo problema, a quale poeta comico assegnare la palma. Grazie al mio giudizio ti scioglierò da quest'incertezza, affinché, se qualcuno la pensasse diversamente, smetta di farlo. Assegno la palma al poeta comico Cecilio Stazio. Plauto, per secondo, facilmente supera i restanti. Poi Nevio, che arde, al terzo posto. Se ci dovrà essere un quarto posto, lo si assegnerà a Licinio. Poi stimo che Attilio segua Licinio. Al sesto posto fa seguito Terenzio, Turpilio ottiene il settimo, Trabea l'ottavo, e stimo che facilmente al nono posto ci sia Luscio. Al decimo aggiungo, per via dell'antichità, Ennio.»
(Aulo Gellio, Noctes Atticae, XV, 24.)

Pur trattandosi di un'opinione personale, risulta verosimile che l'opinione di Volcacio fosse condivisa anche dagli altri filologi contemporanei.[33] Poco tempo più tardi, Varrone sostenne che a Cecilio spettasse, tra i commediografi, la palma in argumentis, ovvero per le trame:[6] Varrone, dunque, riconosceva probabilmente a Cecilio il merito di aver effettuato un'attenta scelta di quali fossero gli originali greci da tradurre, preferendo quelli la cui vicenda era più verosimile e meglio costruita.[4]

Diverso fu invece il giudizio di Cicerone, che considerava la lingua di Cecilio ancora impura e attribuiva tale difetto alle origini straniere del drammaturgo:[2]

«mitto C. Laelium P. Scipionem: aetatis illius ista fuit laus tamquam innocentiae sic Latine loquendi--nec omnium tamen; nam illorum aequales Caecilium et Pacuvium male locutos videmus --: sed omnes tum fere, qui nec extra urbem hanc vixerant neque eos aliqua barbaries domestica infuscaverat, recte loquebantur.»
«Tralascio Gaio Lelio e Publio Scipione; fu proprio di quell'età il pregio di parlare un buon latino tanto quanto l'integrità morale; tuttavia non fu proprio di tutti: infatti vediamo che tra i loro contemporanei Cecilio e Pacuvio parlavano male: ma allora quasi tutti coloro che non erano vissuti al di fuori di questa città [Roma] e che non erano stati contaminati da alcun uso barbarico parlavano correttamente. »
(Cicerone, Brutus, 258.)
«secutusque sum non dico Caecilium [...] (malus enim auctor latinitatis est), sed Terentium cuius fabellae propter elegantiam sermonis putabantur a C. Laelio scribi [...]»
«Non ho seguito l'esempio di Cecilio, che è un cattivo modello di lingua latina, ma di Terenzio le cui opere, per l'eleganza del linguaggio, si riteneva fossero scritte da Gaio Lelio.»
(Cicerone, Epistulae ad Atticum, VII, 3, 10.)
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Lo stesso Cicerone, tuttavia, riconobbe, come avevano fatto Volcacio Sedigito e i filologi a lui contemporanei, la superiorità di Cecilio sugli altri poeti comici.[34] Positivo fu invece il giudizio che dell'opera di Cecilio diede Quinto Orazio Flacco:

«ambigitur quotiens, uter utro sit prior, aufert
Pacuvius docti famam senis, Accius alti,
dicitur Afrani toga convenisse Menandro,
Plautus ad exemplar Siculi properare Epicharmi,
vincere Caecilius gravitate, Terentius arte. »
«Quando poi ci si chiede quale sia il maggiore [dei poeti], si definiscono Pacuvio 'il vecchio erudito', Accio 'il sublime', Afranio 'togato, ma dotato della sensibilità di Menandro', Plauto 'estroso come il suo modello, il siciliano Epicarmo', Cecilio 'il più profondo', Terenzio 'il più fine'.»
(Orazio, Epistulae, II, 1, 59.)

Ugualmente lusinghiero fu il giudizio di Velleio Patercolo:

«[...] nisi aspera ac rudia repetas et inventi laudanda nomine, in Accio circaque eum Romana tragoedia est; dulcesque Latini leporis facetiae per Caecilium Terentiumque et Afranium subpari aetate nituerunt.»
«Se non si risale col discorso alle espressioni contorte e rozze, e lodevoli per la novità, la tragedia romana si esaurisce con Accio e coloro che lo imitarono; e le eleganti facezie dell'arguzia latina risplendettero esclusivamente con Cecilio, Terenzio e Afranio, quasi contemporanei.»
(Velleio Patercolo, Historiae Romanae, I, 17, 1.)

Decisamente negativo fu invece il parere di Marco Fabio Quintiliano, esteso, peraltro, a tutto il genere comico. Egli sostenne, in particolare, la superiorità delle opere di Terenzio su quelle degli altri commediografi:

«In comoedia maxime claudicamus. Licet Varro Musas, Aeli Stilonis sententia, Plautino dicat sermone locuturas fuisse si Latine loqui vellent, licet Caecilium veteres laudibus ferant, licet Terenti scripta ad Scipionem Africanum referantur (quae tamen sunt in hoc genere elegantissima, et plus adhuc habitura gratiae si intra versus trimetros stetissent).»
«Nella commedia, più che in ogni altro genere, lasciamo a desiderare, benché Varrone dica, citando la frase di Elio Stilone, che, se le Muse avessero voluto parlare latino, lo avrebbero fatto nella lingua di Plauto, nonostante le lodi che gli antichi rivolsero a Cecilio, e sebbene le opere di Terenzio siano attribuite a Scipione Africano (esse sono tuttavia le più raffinate in questo genere, e sarebbero state ancora più belle se fossero state scritte soltanto in trimetri giambici).»
(Quintiliano, Institutiones, X, 1, 99.)

Diversamente da quella antica, la critica moderna e contemporanea si trova nell'impossibilità di valutare l'opera di Cecilio, di cui non restano che pochi frammenti.[5] La sua figura appare dunque ambigua, in parte ancora legata al modello plautino, in parte anticipatrice di quello terenziano: il suo stile risulta contraddistinto da una tensione che non arriva pienamente a raggiungere la creatività del predecessore, né la compostezza e la naturalezza del successore.[5] A Cecilio si riconosce comunque il merito di aver agito da fondamentale anello di passaggio tra la palliata di Plauto e quella di Terenzio, permettendo il successivo svilupparsi in tutti i generi di una letteratura completamente ellenizzata nel contenuto e nello stile.[17]

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Bibliografia


Fonti antiche


  • Cicerone, Brutus de eloquentia, De finibus, De optimo genere oratorum, Epistulae ad Atticum
  • Gellio, Noctes Atticae
  • Girolamo, Chronicon
  • Orazio, Epistulae
  • Plauto, Asinaria
  • Quintiliano, Institutio oratoria
  • Svetonio, Vita Terentii
  • Terenzio, Heautontimorumenos, Hecyra
  • Varrone, Saturae Menippeae
  • Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo

Edizioni critiche dei frammenti


  • Tommaso Guardì, Caecilius Statius. I frammenti, Palermo, Palumbo, 1974.
  • Otto Ribbeck, Scaenicae Romanorum poesis fragmenta, II, Lipsia, Biblioteca Teubneriana, 1898, pp. 40-94..
  • E.H. Warmington, Remains of Old Latin, I, Cambridge-London, Loeb, 1935, pp. 1-495.

Letteratura critica


  • William Beare, I Romani a teatro, traduzione di Mario De Nonno, Roma-Bari, Laterza [1986], gennaio 2008, ISBN 978-88-420-2712-6.
  • Gabriele Livan, Appunti sulla lingua e lo stile di Cecilio Stazio, Bologna, Pàtron, 2005, ISBN 978-88-555-2804-7.
  • Giancarlo Giancarlo Pontiggia, Maria Cristina Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, marzo 1996, ISBN 978-88-416-2188-2.
  • Alfonso Traina, Comoedia. Antologia della palliata, Padova, CEDAM, 1969.
  • Alfonso Traina, Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1974.

Pubblicazioni scientifiche in lingua italiana


  • L. Alfonsi, Sul v. 265 Ribbeck di Cecilio Stazio, in Dioniso, vol. 18, 1955, pp. 3-6.
  • L. Alfonsi, Su un verso di Cecilio Stazio, in Dioniso, vol. 40, 1966, pp. 27-29.
  • R. Argenio, I frammenti di Cecilio Stazio, in RSC, vol. 13, 1965, pp. 257-277.
  • Silvano Boscherini, Norma e parola nelle commedie di Cecilio Stazio, in SIFC, vol. 17, nº 1, 1999, pp. 99-115.
  • M.T. Camilloni, Una ricostruzione della biografia di Cecilio Stazio, in Maia, vol. 9, 1957, pp. 115-143.
  • M.T. Camilloni, Su alcuni frammenti di Cecilio Stazio, in Vestigia degli antichi, 1985, pp. 212-222.
  • Mario De Nonno, Cecilio Stazio 34-35 R.3 in Festo p. 118 L., in Scritti per G. Morelli, 1997, pp. 233-248.
  • P. Frassinetti, Cecilio Stazio e Menandro, in Studi di poesia latina in onore di A. Traglia, 1979, pp. 77-86.
  • Tommaso Guardì, Un nuovo frammento di Cecilio Stazio, in Pan, 18-19, 2001, pp. 263-264.
  • Linda Meini, Né fiore né feccia, in Lexis, vol. 22, 2004, pp. 415-417.
  • Lidia Monacelli, La tradizione e il testo a proposito di Cecilio Stazio, in Schol(i)a, vol. 7, nº 3, 2005, pp. 39-79.
  • Salvatore Monda, Le citazioni di Cecilio Stazio nella Pro Caelio di Cicerone, in GIF, vol. 50, nº 1, 1998, pp. 23-29.
  • Cesare Questa, Tentativo di interpretazione metrica di Cecilio Stazio vv. 142-157 R (Plocium), in Poesia latina in frammenti, 1974, pp. 132-177.
  • R. Reggiani, Sulla morte di Cecilio Stazio. Una messa a punto del problema, in Prometheus, vol. 3, 1977, pp. 69-74.
  • Alfonso Traina, Sul « vertere » di Cecilio Stazio, in AIV, vol. 116, 1957-1958, pp. 385-393.

Pubblicazioni scientifiche in altre lingue


  • (EN) Anne H. Groton, Planting trees for Antipho in Caecilius Statius' Synephebi, in Dioniso, vol. 60, 1990, pp. 58-63.
  • (EN) H. Jacobson, Trees in Caecilius Statius, in Mnemosyne, vol. 30, 1977, p. 291.
  • (EN) Knut Kleve, How to read an illegible papyrus, in Cerc, vol. 26, 1996, pp. 5-14.
  • (EN) Knut Kleve, Caecilius Statius, « The money-lender », in XXII congresso internazionale di papirologia, vol. 2, 2001, p. 725.
  • (DE) Christoph Riedweg, Menander in Rom – Beobachtungen zu Caecilius Statius Plocium fr. I (136–53 Guardì), in Drama, vol. 2, 1993, pp. 133-159.
  • (EN) R. Rocca, Caecilius Statius mimicus?, in Maia, 29-30, 1977, pp. 107-111.
  • (EN) Ludwika Rychlewska, Caecilius Statius, poeta vetus novusque, in Eos, vol. 78, 1990, pp. 297-314.

Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera

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